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Lo
scontro a fuoco Dopo
i combattimenti del marzo-aprile 1944, il comando partigiano Gruppo Bande Nicolò,
agli ordini del Ten. Augusto Pantanetti, decise di attestarsi in una zona meno
accessibile dei monti Sibillini per ritemprare le forze degli uomini, provati
dagli ultimi scontri. Le grotte del Fiastrone, oltre ad un’ottima copertura,
presentavano ampie possibilità d’osservazione. Le disposizioni erano: “Non
attaccare e se attaccati disimpegnarsi”. Nei
monti Sibillini i cinghiali non erano più presenti, poiché scomparsi prima
della fine del XVII secolo. Nella tranquilla vallata, di notte, oltre il vivace
scorrere delle acque del torrente a pieno regime (non c’era ancora la diga),
si potevano udire solo il canto dei rapaci notturni e gli appena percettibili
rumori dei piccoli animali del sottobosco in cerca di cibo. I dodici uomini
si affezionarono a quel solitario luogo che consentiva una buona ripresa
delle energie fisiche, ma anche di ritemprarsi lo spirito. L’eremo, che aveva
ascoltato le preghiere di generazioni di religiosi, trasmise loro la necessaria
tranquillità d’animo e chiarezza d’intenti per affrontare i duri eventi di
quegli anni. Il
10 maggio 1944 contingenti di
Alpenjäger tedeschi e di
repubblichini, si stabilirono
a Monastero con l’intento di trovare e distruggere i reparti del Gruppo
Bande Nicolò. I
partigiani erano armati con fucili mitragliatori
inglesi Sten e bombe a mano.
Nella grotta vi era un deposito di armi, munizioni, scarpe ed indumenti,
il tutto paracadutato
dagli Alleati nelle settimane precedenti ai Piani di Peda. In caso di abbandono
delle grotte, queste casse dovevano essere lasciate e, anche se nascoste,
c’era la probabilità di non ritrovarle più. Considerata anche l’ottima
posizione, si
decise di non mollare. Gli
attaccanti, per avvicinarsi alle posizioni dei patrioti, dovevano attraversare
il Fiastrone mediante
una passerella di legno e imboccare una stretta mulattiera difficilmente
individuabile. La
tarda sera di venerdì 12 maggio 1944, il contingente nazi-fascista, come sempre
ben armato, ma sprovvisto di mortai, si avvicinò nel massimo silenzio e nella
completa oscurità. La sentinella partigiana diede l’allarme alle ore 23.30.
Verso l’una ad un assalitore sfuggì un colpo d’arma da fuoco che fece
individuare la loro posizione. Non
si volle far avvicinare troppo il reparto assalitore, per non approfittare degli
stessi vantaggi offerti dall’ottima posizione assunta dai difensori. La luna
nascente alle spalle degli attaccanti avrebbe irrimediabilmente rivelato le
posizioni dei patrioti. Per
evitare il procrastinarsi degli eventi oltre la notte e quindi uno scontro alla
luce del sole, il Ten. Pantanetti decise di costringere gli assalitori al
combattimento. Indossando una casacca mimetica e un cappello da alpino tedesco,
nonostante l’opposizione degli altri, si calò coraggiosamente a breve
distanza dagli attaccanti, ma scivolò e si sentì chiamare: «Kamerad,
wo sind die banditen?» (Camerata dove sono i partigiani?). Istintivamente,
dal suo mitragliatore partì una raffica che colpì tre dei quattro soldati
presenti nei pressi, dando così inizio allo scontro. Riuscì a sganciarsi in
fretta ed a ritornare tra le proprie file. Quella
notte gli uomini fecero i fuochi d’artificio, ma non c’era nessun bambino ad
ammirarli con il naso all’insù, essi non servivano a divertire ed allietare,
bensì ad uccidere.
I razzi illuminanti, gli scoppi e i bagliori delle granate, le scie
luminose dei proiettili traccianti
e le raffiche rabbiose delle armi automatiche illuminarono
la notte e spezzarono la quiete millenaria dei luoghi. Il loro eco
metallico percorse la vallata e giunse lontano. La
notevole efficacia
delle bombe a mano, provenienti dall’alto e
fatte passare dai partigiani per colpi di mortaio, gettò scompiglio tra
i reparti teutonici. Il furioso combattimento durò fino alle ore 6,30 del
mattino, quando il fischietto dell’ufficiale tedesco Klemera, che dirigeva le
operazioni, diede il segnale di ritirata e ripiegamento
su Monastero portando via i feriti. Gli attaccanti
avevano dimostrato notevole valore
e fu per rispetto che non venne ostacolata la loro ritirata. Rimasero
feriti quattro partigiani, tra cui Mario Del Missier il vice comandante, colpito
al collo da un proiettile di rimbalzo, ma prontamente medicato. Nei giorni
successivi il reparto lasciò le Grotte. p2 P1 P2 P3 P4 P5 P6 P7 P8 P9 P10 P11 P12 P13 P14 P15 P16 P17 P18 P19 P20 P21 P22 P23 P24 P25 P26 P27 |